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Risposta di Non Siamo Solo Numeri alle dichiarazioni del mons. D’Urso

In un momento così delicato, a poche ore dalla votazione alle modifiche della legge regionale in materia di gioco pubblico, che rischia di compromettere il futuro di migliaia di lavoratori, ci colpisce particolarmente l’attacco mediatico perpetrato dal mons. D’urso nei confronti della filiera del gioco di stato. Se dai politici a caccia di consensi ci aspettiamo un’analisi approssimativa della questione per scopi puramente demagogici, dal Presidente della consulta antiusura, organo che dovrebbe basare il proprio operato sulla difesa e il supporto delle fasce più esposte della popolazione senza distinzioni classiste e pregiudizievoli, in tutta onestà avremmo auspicato un approccio più neutrale,apolitico ma soprattutto più approfondito e corroborato da dati scientifici. Evidentemente, diffondere dati falsi e sballati che creano un effetto distorsivo della realtà per un proprio tornaconto personale non è più una esclusiva della classe politica. Dichiarare che i divieti e le misure restrittive come il distanziometro, che stanno simultaneamente smantellando la rete legale del gioco pubblico e favorendo l’offerta illegale in mano alla criminalità organizzata, siano funzionali nel contenere la diffusione del gioco patologico significa ignorare volutamente sia i rapporti pubblicati dall’Istituto Superiore della Sanità e da Eurispes che gli effetti drammatici che queste azioni proibizioniste producono sul piano occupazionale, lasciando migliaia di famiglie senza reddito. Di conseguenza la domanda sorge spontanea: perché il presidente di una Fondazione che dichiara apertamente di combattere la ludopatia e il racket dell’usura si schiera così prepotentemente a favore di quelle manovre che sono risultate inefficaci nel contrastare lo sviluppo di problematiche connesse all’abuso del gioco e favoriscono proprio quelle organizzazioni che fanno dell’usura una delle loro principali attività criminali come dichiarato a più riprese da magistrati e procuratori. Fatto sta che il monsignor D’Urso sfrutta il proprio titolo per ergersi a moralizzatore e manipolando i dati e costruendo ad hoc un quadro ben più drammatico della realtà effettiva consegnando di fatto al battage mediatico i lavoratori del comparto del gioco di stato. Cittadini che hanno investito il proprio tempo, le proprie risorse, le proprie competenze in un settore legale ai quali va garantita la tutela del proprio diritto al lavoro e precluso invece il rischio sempre più concreto di trasformarsi nelle vittime sacrificali di una battaglia volta a strumentalizzare il gioco per meri interessi politici.