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Replica a Dataroom: parliamo di dati, ma facciamolo bene.

“Nasce Dataroom, muoiono le fake news.” Con questo slogan veniva lanciata la rubrica online di Milena Gabbanelli nel gennaio 2018. Mi sembra chiaro che con gli slogan ci sappiano fare. Ce ne sono parecchi, infatti, anche nell’ultima “inchiesta” sul gioco, consultabile qui, correlati da frasi ad effetto, dati letti in maniera quanto meno opinabile e stime campate in aria non supportate dalla realtà.

La replica del Presidente Azzolini a Dataroom:

Sono Cristiano Azzolini e come Presidente dell’Associazione Nazionale Non Siamo Solo Numeri rappresento i 150mila lavoratori del settore del gioco. Più precisamente del Gioco di Stato, in quanto autorizzato, controllato e tassato proprio dallo Stato. Siamo 150mila lavoratori che chiedono dignità, che hanno dei diritti e che meritano un futuro. Cosa che non sembra interessarvi particolarmente quando demolite questo settore, utilizzando dati sballati e analisi superficiali. Da anni questo settore è oggetto di una guerra mediatica senza precedenti, accostato in modo automatico al concetto di azzardo e di ludopatia, dipinto come nemico pubblico numero uno da combattere, ignorando però ( volutamente o meno ) che nella lista delle dipendenze degli italiani, esso occupa l’ultimo posto, superato per distacco da ben altre emergenze, quali alcol e droga.

Se però dai politici a caccia di consensi siamo abituati a sentire analisi approssimative e slogan acchiappavoti, da una testata del vostro calibro, che chiama le proprie analisi “inchieste” ci saremmo aspettati un maggiore approfondimento dell’argomento trattato e una lettura dei dati meno strumentale, considerato anche il nome della vostra testata.

Enfatizzare, infatti, il dato dei 100 miliardi giocati dagli italiani non è corretto se non si spiega altrettanto chiaramente che l’80% circa delle giocate torna nelle tasche degli italiani, sempre. Quindi continuare a rilanciare il dato sui 100 miliardi all’anno non solo è scorretto ma è causa di disinformazione per un pubblico meno consapevole degli argomenti trattati.

Inoltre lo stesso dato errato viene erroneamente utilizzato per lanciarsi nell’assurdo calcolo della spesa procapite per il gioco, non supportato da dati reali.

Per quanto riguarda i dati sui giocatori patologici e sulle spese sanitarie per il recupero degli stessi, abbiamo divers dubbi che vorremmo chiarire. Come è possibile riportare dati sulla ludopatia attingendo ad una fonte (Conagga) che a sua volta ha riportato i costi sociali del fenomeno sulla base di uno studio effettuato nel 2012 in Svizzera? Vi sembra corretto quantificare i costi sociali in italia da 5,4 a 6,6 miliardi sulla base di stime calcolate riferendosi ai dati di 7 anni fa relativi alla svizzera? 

Riportiamo invece qualche dato sull’argomento un po’ più vicino alla realtà: nel 2018 in un convegno tenutosi presso l’Università Milano Bicocca, curato dal Dipartimento di sociologia e ricerca sociale, è stata presentata una ricerca, svolta da Ce.R.Co. (Centro Studi Ricerche Consumi e Dipendenze), in collaborazione con FeDerSerD (Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze), volta ad analizzare i costi sociali del gioco d’azzardo problematico. Il ricercatore e sociologo Fabio Lucchini, ha spiegato che l’obiettivo dello studio, era offrire per la prima volta una stima dei costi sociali del gioco d’azzardo problematico in Italia. Il ricercatore ha dichiarato che “Prendendo l’anno 2014 come punto di riferimento, considerata la raccolta nel gioco di 84mld di euro abbiamo cercato di calcolare i costi sociali, valutando una miriade di altri costi connessi a livello nazionale. In Trentino Alto Adige, la regione posizionata meglio per dati detenuti, nel 2014 si sono stimati costi medio per paziente di circa 900 euro. Secondo i dati del Dipartimento antidroga nel 2015 sono stati 13mila i giocatori che hanno fatto richiesta di aiuto al Serd e lo Stato ha messo a disposizione per finanziare queste spese 50milioni”

Prendendo anche in considerazione non solo i costi sanitari ma i costi sociali complessivi, la stima dei costi secondo la ricerca ammonta a 2,7 miliardi, ben lontani dal dato voi calcolato, confermando quanto sostenuto proprio durante il convegno da Giampaolo Nuvolati, direttore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’università di Milano Bicocca, secondo il quale “esistono alcune ricerche che però si basano spesso su dati di altri Paesi che vengono poi adattati secondo parametri più o meno discutibili alla realtà italiana”.

Vogliamo infine porre l’accento sulla conclusione della vostra Inchiesta secondo la quale “proibire non risolve, ma autorizzare il proliferare di sale gioco nei quartieri più poveri e nelle periferie più disgraziate, non aiuta a governare il fenomeno.” Governare e non proibire affermate. Il totale fallimento delle politiche proibizionistiche è un dato di fatto. Facciamo notare però che misure di contrasto al gioco legale come il distanziometro non fanno altro che spostare i punti di gioco al di fuori delle città e proprio in quelle periferie a cui vi riferite. In Piemonte, regione dove il gioco legale è stato proibito con maggiore ostinazione i risultati parlano chiaro: la riduzione dell’offerta legale non ha fatto altro che far proliferare il gioco illegale e favorire realtà criminali, incontrollate e incontrollabili. E queste misure sono entrate in vigore a causa di un approccio strumentale e superficiale alla problematica. Lo stesso che si dimostra nel riportare dati sballati e analisi faziose.